Sono nato inaspettatamente.

Ai secondogeniti italiani dei tempi della mia infanzia capitava assai spesso. Si diceva per distrazione o per errori di calcolo di date sulla base di un sistema risultato assai poco affidabile.

E siccome le mamme di un tempo ne parlavano con le parenti e con le amiche più intime, supponendo erroneamente che i bambini presenti al momento delle confessioni non capissero o non avessero interesse per i discorsi dei grandi, ne ebbi certezza ancora piccolissimo. La mia nascita poteva definirsi un incidente di percorso. Ma non diedi gran peso alla cosa anche se non capii molto bene in che cosa fossero consistiti l’errore e la distrazione in questione.

Nacqui a Napoli per caso da genitore pugliese e madre abruzzese, vicissitudini abbastanza movimentate della mia famiglia, delle quali venni a conoscenza appena adolescente, sarebbe stata assai più probabile a Molfetta, dove i miei si trovavano spesso nella casa dei nonni, o a Roma dove era nata mia sorella. Perché i miei genitori in quegli anni a ridosso del dopoguerra erano, come si direbbe oggi, homeless e abitavano a Roma in una pensione nei pressi della stazione ferroviaria. Ma in tre, alla fine, si trovavano assai bene come testimoniano alcune fotografie conservate nello scatolone di famiglia: giovane e carina la mamma, simpatico e intelligente il papà, una delizia la bambina.

Insomma ero arrivato a rompere gli equilibri di una famigliola felice, ferma al numero perfetto di tre, ma comunque, venendo al mondo, davo a mia madre la speranza che mio padre si decidesse finalmente a trovare una casa possibilmente a Roma, dove lei si era ambientata alla grande, o, in alternativa, a Molfetta dove era sicura che il marito avrebbe ripreso la libera
professione e lasciato il posto fisso statale che lo opprimeva.

Nacqui a Napoli, mentre mamma era ospite del cognato, il leggendario zio Mauro e mio padre stava a Roma a lavorare a cercare con assai poco convinzione casa.

Nacqui alle cinque del mattino – orario scomodissimo per tutti – di un giorno di giugno.

Dai racconti di mamma.
Il dottore tal dei tali, ginecologo, che per comodità chiameremo Esposito, amico del cuore dello zio Mauro, trovò assurdo che mamma non andasse a partorire nella sua nuovissima clinica da pochissimo ultimata e ancora senza un ospite. Lì mamma sarebbe stata curata, coccolata e assistita come una regina. Era in una stradina nella zona popolarissima e popolosissima del Mercato; ma i sogni nutriti da costruttori e urbanisti di belle speranze lasciavano presagire che sarebbe, nata una nuova grande arteria più o meno parallela al grande corso tagliato dal Risanamento, che avrebbe dato spazio e lavoro.

Con qualche perplessità mamma accetta, perché come si può dire di no ad un amico dell’adorato zio Mauro? C’è praticamente ricoverata, però, solo lei, premurosamente assistita da due infermiere. Tutto è pronto per l’evento, compresa la sala parto, e naturalmente il dottor Esposito. Al momento delle doglie l’infermiera avverte il dottore che tergiversa e prende tempo e alla fine confessa che ha quasi vergogna di venire a prendere il parto perché si tratta pur sempre di una cara amica, cognata di un carissimo amico. Ma la situazione si fa urgente, pare che il nascituro preme con insistenza alle vorte della vita. Una delle due infermiere, pratica, prende la decisione, esce dalla clinica e va a chiamare una levatrice della zona, che ha fatto nascere mezzo quartiere.

Ecco che vengo portato alla luce da una levatrice del popolo in una clinica nuova di zecca, che pare non abbia avuto altri clienti. Parola non sempre attendibile di mia madre.

Dai racconti di babbo.
Naturalmente lui non c’è. Sta venendo da Roma o da Molfetta, e arriva a parto bello e avvenuto. Va a salutare mamma che pare stia bene e si informa dello stato del bimbo. Sta bene anche lui, confessa con un filo di voce mammà, ma è un po’ avvilita perché il neonato, e lo confessa quasi tra le lacrime, è brutto, niente a che vedere con la grazia della primogenita. Non sono con lei sono in un’altra stanza: forse c’era già un nido o qualcosa di simile. Mi vede che dormo beato con la faccia al sole. Sono biondissimo e non gli sembro affatto brutto.

Giudica le mie dita lunghe e immagina per me, sbagliando clamorosamente previsione, un futuro di biondo longilineo. Mi fa prelevare dal nido e portare a mammà che rivedendomi, ormai riposati dalle fatiche del parto sia lei che io, resta quasi stupita e si convince che ha sbagliato. Non sono poi così brutto. Almeno per il momento. Parola, ancor meno attendibile, di mio padre.

Il Nome.
“Vincenzo, come mio padre” sentenzia lui. “Per carità – fa lei – Vincenzo non mi piace. E poi già ce ne è uno, il figlio di tuo fratello Biagio. Sai le confusioni!”. Discussione. Per fortuna allora non si usavano nomi di fantasia che hanno condizionato la vita di tanti poveracci che si sono visti appioppare nomi pseudo americani più adatti a cani o a gatti, che a bambini. Potevo rischiare il nome del patrono: Gennaro non sarebbe andato poi male. Non ero esposto al dramma di avere un patrono come, tanto per citarne qualcuno non proprio eufonico come Strato, Castrese, Omobono o Chiaffredo. Per non dire che ci sono nomi che ti perseguitano a vita come Dionigi o Tarcisio con i quali puoi familiarizzare da adulto solo se diventi cardinale importante o calciatore di successo.

Tentativo di compromesso. Nome di famiglia? Mamma propone Mauro, come lo zio. Babbo accetta purché ci si metta affianco il Vicenzo del nonno. Accordo raggiunto. Ma da che ho memoria mi hanno chiamato Mauretto. Solo ai primi tempi dell’asilo mio padre fa un tentativo per fortuna senza successo, obbligando mamma che ricamava molto bene, a scrivere sul grembiulino bianco il terribile Maurenzo.

Che anche il computer oggi respinge, sottolineandolo in rosso, come nome.